lunedì 5 aprile 2021

venerdì 26 marzo 2021


COS’È

UNO SCRITTORE?

Anche in conseguenza di un sempre maggiore processo di commercializzazione dell’editoria, di persone che scrivono ce ne sono a migliaia. C’è chi dopo aver steso un libretto prodotto in un paio di mesi attorno a temi banali e scontati, si definisce uno scrittore senza il benché minimo dubbio, con una presunzione che non si sa se ammirare o deridere. Certo, se usiamo una definizione generica, chi scrive è scrittore, ma a questo punto è sufficiente che un ragazzino scribacchi qualche racconto nel suo blog da diventare a tutti gli effetti uno scrittore. Un po’ pochino anche perché, in siffatta prospettiva, la mamma che ha tolto una scheggia dal dito del figlio diventa chirurgo, chi ha ridipinto il cancello in giardino diventa pittore e chi ha immaginato di spostare una parete in casa diventa architetto progettista.

Un fattore da considerare è l'impegno: meglio uno che ha aggiustato, tanto per fare un esempio, trentacinque orologi piuttosto di chi ne ha sistemato uno, il primo ha indubbiamente più diritto di dirsi artigiano.

L’esperienza e lo studio hanno il loro valore come palese dimostrazione che la persona ha fatto quella cosa in altre occasioni e avendo fatto quelle esperienze, di tecniche e di strategie ne avrà imparate e affinate più di chi non ne ha fatta alcuna o al massimo una o due. L’esperienza inoltre è dimostrazione di vera passione. La parola “affinate”, tuttavia, suggerisce l’importanza della realizzazione di uno stile personale. La maggior parte di noi sa scrivere, cioè mettere assieme frasi più o meno lunghe, ma fra tutti quelli che scrivono sono da mettere da parte quelli che non conoscono le basi della grammatica, quelli che utilizzano un lessico banale e ripetitivo, quelli che non sanno liberarsi dell’attrazione delle frasi fatte e dei luoghi comuni, quelli che si lasciano influenzare da altri autori e ne scimmiottano gli argomenti e pure lo stile, quelli che non hanno nulla da dire seppur convinti di essere profondissimi e infine quelli che si affannano a cercare la forma migliore per una sorta di scena, dimenticando che la cosa fondamentale è usare le parole per fare in modo che il lettore comprenda esattamente quello che lo scrittore intende dirgli. A chi sfugge questo aspetto, consiglio di leggere “Sul mestiere dello scrittore e sullo stile” di Schopenhauer.

Qualcuno sostiene che lo scrittore è per definizione colui il quale vive di scrittura, tuttavia non pochi autori del passato, divenuti nel tempo esempi letterari, non sono mai riusciti a guadagnare alcunché dalla loro passione o nel migliore dei casi il minimo per sopravvivere. A ogni modo chi scrive - come chi scolpisce o dipinge – dev’essere riconoscibile, deve elaborare un proprio stile che esprima, in termini di contenuti e di forma, solo ed esclusivamente sé stesso. Questo permette di stabilire che scrittore, oltre a seguire le indicazioni suddette, è colui il quale racconta ciò che ha dentro in quanto quello è il solo universo che, da parte sua, ha senso raccontare.

lunedì 15 febbraio 2021

Riporto l'intervista alla quale ho avuto l'onore di rispondere per mano della brava ed esperta Manuela Moschin che invito ad andare a cercare e conoscere.

LibrArte intervista lo scrittore Alessandro Fort


A cura di Manuela Moschin

Mi potete seguire anche nel gruppo Facebook Storie di Libri di Pasquale Cavalera:

https://www.facebook.com/groups/storiedilibriCOM

Benvenuti cari amici,

oggi abbiamo l’onore di avere con noi lo scrittore Alessandro Fort, che ringrazio per aver accolto il mio invito.

Ciao Alessandro, abbiamo imparato un po’ a conoscerti seguendo le interessanti e stimolanti dirette visitabili nel tuo profilo Facebook e grazie ai post che proponi nel gruppo Storie di Libri. Attraverso questa intervista avremo il piacere di conoscerti meglio.


Prima di parlare dei tuoi libri, ti chiedo di presentarti, dicendo chi sei, dove sei nato e di cosa ti occupi?


Sono nato a Mestre (Venezia) nel 1963 e mi sorprende di essere passato dai dubbi dell’adolescenza al navigare verso i sessant’anni, non riesco a non sospirare un banale “Accidenti quanto passa il tempo”.

Sono laureato in Psicologia, mi sono occupato di formazione professionale e più di recente anche alla docenza delle Scienze Umane. Oltre alla scrittura ho la passione per la montagna dove ritrovo il contatto con la natura e il valore delle cose autentiche come l’acqua di un ruscello o il silenzio dell’alta quota. Un altro mio hobby sono gli alberi da frutto che adoro seguire nelle stagioni, dal fiore alla mela, alla pesca, alla pera e tanti altri.


Quali sono i tuoi scrittori preferiti?


Mi piace lo struggimento leopardiano, la fantasia di Jules Verne, il crudo realismo di Schopenhauer e il senso dell’infinito di Lao Tsu che ha ispirato i miei due romanzi maggiori dove si riscontra la mia passione per la filosofia e la cultura cinesi, il taoismo in particolare.


Hai pubblicato undici libri, che comprendono una serie di storie, manuali, aforismi e alcuni romanzi. Quando e com’è nata la tua passione per la scrittura?

Da ragazzo avevo iniziato a scrivere un romanzo di fantascienza, ma alla fine buttai via tutto perché vi avevo trovato dei personaggi troppo simili alla mia vita. Negli anni seguenti ho continuato a buttar giù frasi, pensieri e riflessioni che sono rimasti nel cassetto per parecchio, fino a quando nel 1990 li ho ripresi in mano, selezionati e ne è nata una raccolta di aforismi dal titolo “Dove vai?”, successivamente sostituita da “Essentia”. Poi c’è stata l’avventura del primo romanzo, poi un manuale, i racconti, le presentazioni, il percepire di avere ancora molto da dire e da scrivere ed eccomi arrivato a undici libri che rappresentano ciascuno una parte di me.


Come nascono le storie che narri? Sono tratte da esperienze reali, vissute da persone che ti capita di incontrare, oppure alcune sono autobiografiche, o derivano dalla tua immaginazione?


Le mie storie nascono da pensieri, letture, ricordi, sensazioni, ma anche da quello che mi rimane dentro dagli amici, parenti, conoscenti e incontri occasionali in un negozio, in piazza o in fila alle Poste. Nella testa tutto si mescola, si scinde in elementi che si ricombinano in modi imprevedibili alimentati dalla fantasia che sconfina nella follia, non di rado mi sorprendo ad aver concepito certe storie e certi personaggi.

In effetti non mi metto mai a decidere di scrivere o di creare, sono i personaggi e le loro vicende che mi vengono a trovare, appaiono all’improvviso. Poi alla fase ideativa segue quella di revisione e limatura, lavoro faticoso e noioso, ma assolutamente necessario. Voglio essere certo – il più possibile – che il lettore percepisca quello che avevo in testa io al momento della scrittura.

Per quanto riguarda le componenti autobiografiche… è inevitabile che frammenti più o meno rilevanti entrino nelle mie storie, seppure in modo indiretto e senza l’intenzione precisa, non credo che la mia vita includa vicende particolarmente interessanti e comunque evito il più possibile l’egocentrite, la patologia di molti scrittori che non creano nulla, ma si raccontano come se stessero facendo una seduta terapeutica con l’illusione di cambiare, con la fantasia, la propria vita assieme all’altrettanto egocentrica e un tantino adolescenziale convinzione di essere un modello dal quale l’umanità trarrà preziosi insegnamenti.


Leggendo il tuo libro intitolato “Il mio vero mondo”, contenente una raccolta di quaranta storie, si rimane attratti dalla tua capacità di esprimere concetti semplici. Storie che narri utilizzando uno stile fluido e rivolgendoti al lettore con naturalezza. Si ha la sensazione di condividere le vicende con i protagonisti del racconto. Nel mio caso, in alcuni passaggi, si è risvegliato qualche ricordo d’infanzia e in generale direi che è stato un ottimo strumento di riflessione.

Ti chiedo com’è nata l’idea di scrivere, per esempio, la storia “Pensare troppo”, che inizia con questa frase:

«Se scrivessi tutti i pensieri che mi girano in testa, redigerei un libro al giorno»,

oppure “Pioggia notturna” o “Vagabondo”, nelle quali il lettore ritrova il senso della vita e il valore delle piccole cose?


Mi fa piacere aver trasmesso questa sensazione di confidenza, rispecchia il mio modo di fare con le persone, anche quando le conosco da pochi secondi. E se i miei scritti stimolano a pensare o ricordare ne sono ancora più lieto.

Sullo stile di scrittura parto dal presupposto che il testo debba essere chiaro e semplice in modo che il lettore capisca quello che intendevo dirgli. Evito pertanto sintassi inutilmente arzigogolate, non devo dimostrare nulla, voglio che chi legge capisca e senta quel che intendevo dire e quello che sentivo, assieme all’obiettivo di stimolare i suoi ricordi ma più ancora riflessioni su se stesso, in modo che alla fine della lettura gli rimanga dentro qualcosa di nuovo e spero di importante.

E comunque a me piacciono le cose semplici, sono convinto che rendere le cose complicate è facile, il problema è renderle agevoli e questo vale non solo nella scrittura, ma in tutti i campi dello scibile umano. Riuscire a rendere facile un qualcosa elimina il superfluo e alla fine dimostra che quel qualcosa ha una sua sostanza e non è solo fumo. Purtroppo domina la convinzione che il semplice sia di scarso valore, io invece penso che il complesso sia solo un pretesto per celare appunto il fumo senza sostanza.

Il racconto “Pensare troppo” nasce dal continuo brusio di pensieri che ho in testa, anche solo vedere una formica che insiste a spingere una briciola mi conduce ad avere immagini e da queste nuove storie e nuovi personaggi. Credo sia per questo che scrivere mi fa bene, mi aiuta a ridurre quel brusio, anche se appena traduco in parole scritte un pensiero ecco che ne esce un altro.

“Pioggia notturna” si ispira alle mie passeggiate tardo serali che facevo nel periodo universitario, mi servivano per tranquillizzarmi dopo le giornate di studio. In quelle passeggiate ricordo i tanti dettagli che osservavo attorno a me e camminare in particolare sotto la pioggia mi dava la sensazione di maggiore intimità, era bello scorgere i dettagli in quel mondo bagnato dall’acqua che cadeva su tutto.

“Vagabondo” è un omaggio alla figura dei girovaghi e alle mille ragioni per le quali sono diventati tali, magari abbandonando la loro vita scegliendo di non accettarne una scontata e regolare. Il tema della fuga mi affascina quanto quello del viaggio: fuggire da se stessi, dalle regole, dalle banalità e da scelte che non ci appartengono più o peggio ancora che forse non sono state mai davvero nostre. È il tema del mio primo romanzo, “Sul bufalo d’acqua” nel quale il protagonista dopo essersi perso volontariamente e dopo una prolungata serie di traversie, alla fine incontra un tale che gli intima di regalargli una parte della saggezza costruita nel suo lungo cammino e lui risponde che “La più grande libertà è sorprendere il proprio destino”. Chi conosce la storia del taoismo riconoscerà quanto si racconta di Lao Tsu. Il tema della fuga è presente anche nel romanzo “Il mio sentiero” nel quale il protagonista, nel corso di un’escursione in montagna, decide di non fare ritorno e in “Yuan e Xin Li” la storia di un bambino all’epoca della nascita dell’impero cinese.


Come si può definire la tua scrittura?

Ho l’ardire di definire il mio scrivere una “scrittura esistenziale” perché i miei personaggi e le loro vicende girano sempre attorno a problemi dell'esistenza: il senso della vita, la ricerca delle cose davvero importanti, le riflessioni sulle banalità, le aspettative esagerate e via dicendo. Ho bisogno di respirare attraverso le storie, quindi tempo e spazio voglio che non abbiano confini, non mi piacciono le piccole vicende di piccole persone alle prese con piccolezze. Quando scrivo mi sento su una collina a guardare il mondo in modo da vedere al di là delle pareti domestiche, dei confini delle città e di quelli degli stati, visto che di fronte all’avanzare del tempo e rispetto all’età delle stelle sono davvero piccole cose, per non dire insignificanti.


Oltre ai libri scrivi anche racconti e articoli su riviste.

I racconti derivano da partecipazioni a concorsi letterari cui prendo parte per mettermi alla prova con temi non del tutto miei, ma ideati da altri, un utile esercizio che considero una sorta di palestra. Una buona parte dei racconti non vince nulla, una parte viene apprezzata e inserita in antologie di autori vari, qualcuno vince, ma ripeto la cosa fondamentale è fare esercizio e confrontarsi con altri autori.

La collaborazione con alcune riviste mi piace perché mi permette di scrivere anche di temi professionali, ma – non lo voglio certo negare – per guadagnare un po’ di visibilità e comunque mi piace sfogliare una rivista e ritrovarmi, sperando di essere letto anche da non mi conosce.


Stai scrivendo un nuovo libro? Ci puoi anticipare qualcosa?

Sto lavorando alla mia dodicesima creatura – i miei libri li percepisco come figli – da quasi due anni. Contavo di pubblicarlo già nell’estate scorsa, ma la pandemia mi ha rallentato e a differenza di altri autori che dicono di aver trovato tempo e ispirazione, io non vedevo l’ora di tornare a respirare fuori dal lockdown. Sono comunque nelle fasi finali e conto di consegnarlo alle stampe entro la primavera.

Posso anticipare che il libro insiste sul tema del viaggio, un viaggio molto intimo, fatto di osservazioni e di soliloqui, più che di spostamento spaziale, anzi “Soliloquio” era il titolo che all’inizio avevo deciso di dargli. Quello definitivo lo saprete a breve! Non ho ancora capito come lo potrò classificare in quanto non è un diario, né tantomeno un romanzo, vabbè, la questione delle categorie non è così importante!


Oltre al libro, quali progetti letterari hai per il futuro?

Nel corso del Lockdown il Comune di Treviso aveva ideato l’iniziativa denominata “Treviso adotta i suoi artisti” a favore degli artisti locali in modo da stimolare e conservare la cultura e l’arte in tutte le sue forme. Assieme alla collega Patrizia Ferraro, lettrice interpretativa e presentatrice, ho proposto il tema esistenziale del viaggio nelle sue varianti a partire da quattro miei romanzi: “Sul bufalo d’acqua”, “Yuan e Xin Li”, “I silenzi di Fumegai” e “Il mio sentiero”. L’evento è stato già selezionato e finanziato, siamo in attesa di essere chiamati per la sua realizzazione. Sarà sicuramente un’occasione per incrementare la mia visibilità, ma più che altro rappresenta per me un riconoscimento di non poco conto.

Nel mio futuro letterario c’è un progetto editoriale fra lo storico e il biografico sul quale sto lavorando da un po’ di tempo assieme a una persona, ma per ora è Top Secret! E non escludo di iniziare un nuovo romanzo, ma su questo sono ancora “in alto mare”.


Chi fosse interessato a vedere la tua attività letteraria o mettersi in contatto con te come può farlo?

Mi si può contattare nel mio profilo Facebook, su Instragram (alessandro.fort.7) e sul blog fortalessandropensiero.blogspot.com

Ringrazio Manuela Moschin che mi onora con l’invito a questa intervista e tutti i miei lettori vecchi e nuovi che vorranno seguire i miei lavori e i miei eventi.

sabato 6 febbraio 2021

 

LA NON OPINIONE

 (Numero di gennaio 2021 della rivista "Treviso, Città&Storie")


“Che cosa ne pensi?”

Mi piacerebbe che più spesso le persone si ponessero reciprocamente questa domanda, reclamando una riflessione seria e motivata su un film, un libro o una scelta politica. Tutto questo non per assillarsi reciprocamente, ma per favorire il confronto, quella comparazione con la quale entrambe le parti evolvono la loro prospettiva e magari nel tempo arrivano a migliorare sé stesse. Non è quindi l’aver ragione l’obiettivo del discutere, né tantomeno quello di dimostrarsi superiori, più intelligenti, come se si fosse coinvolti da una guerra in cui si usano parole difficili come cannoni e nomi altisonanti come missili nucleari.

Il confronto non ha lo scopo di tamponare i sensi di inferiorità nei quali si annaspa quotidianamente o soddisfare una vendetta celata per tanto tempo. Quando si invita qualcuno a esprimere un’opinione l’invito non deve essere vissuto come una trappola per cogliere in fallo il destinatario o per sfidarlo. Il chiedere un’opinione non è sottomettersi, non corrisponde a un implicito “io sono stupido” e ti scongiuro di aiutarmi visto che non sono in grado di far funzionare la mia materia grigia.

Tuttavia c’è la necessità di superare la confusione tra l’opinione sull’opinione e l’opinione sulla persona, questo perché molti fanno una terribile difficoltà a distinguere la persona da quello che pensa. Le opinioni vanno analizzate, smembrate, rivoltate, disgregate nelle loro componenti e ricomposte per verificare se sono significative o sono banali accozzaglie di luoghi comuni, frasi fatte e tradizioni mentali senza alcun senso, mentre le persone vanno rispettate per ciò che sono, per ciò che fanno e pure per ciò che pensano.

Nella nostra epoca, quella della democrazia del sapere, oramai tutti si atteggiano a esperti nelle più svariate discipline scientifiche e parascientifiche in un tripudio di inconsapevole presunzione in cui l’astronomia viene confusa con l’astrologia, la lettura di un bugiardino vale come il possesso della laurea in farmaceutica e il ricordare un paio di battaglie dell’impero romano trasforma in storici meritevoli del Nobel.

Il confronto diventa scontro di non saperi, un face to face di presunte competenze basate su post sui social e un paio di ricerche su internet a mezzanotte quando i bambini sono andati finalmente a dormire.

A questo inevitabile battagliare c’è un solo rimedio: l’uso smodato del complimento a tutti i costi, il dare ragione “a prescindere” dando spazio all’arte del vicendevole compiacimento. Tutto diventa uno scambio di apprezzamenti, di altisonanti aggettivi cercati negli angoli più improbabili del vocabolario per dire che l’altro è fantastico, originale, innovativo, rivoluzionario, inimitabile, profondo, emblematico. Questa è la sola via per ottenere di essere a sua volta definito fantastico, originale, innovativo, rivoluzionario, inimitabile, profondo, emblematico… ed ecco servita l’arte della non opinione.

sabato 16 gennaio 2021

 


Il mio nuovo libro

Affrontando il ritardo dovuto agli eventi che ultimamente non ci rendono facile la vita, conto di pubblicare il mio nuovo libro - il dodicesimo - entro qualche mese, sicuramente entro la prossima primavera.

Ho una sincera difficoltà a definirlo, non si tratta di un romanzo e tantomeno di un saggio, direi piuttosto di un volume dedicato alla mia interiorità, ma stavolta senza passare attraverso storie inventate o storie di altri.

Sarà un'occasione per parlare dei miei stessi pensieri, forse una specie di via di mezzo fra un aforisma e un racconto... in una forma narrativa che ha un obiettivo essenziale, spronare a guardare il mondo che ci sta attorno e che spesso ci sfugge in nome della fretta e pure dell'abitudine. Viviamo un'intera vita in una città e... quante persone conosciamo di questa moltitudine in cui si svolge la nostra esistenza?

Fermiamoci, rallentiamo, cerchiamo di guardare il mondo attorno a noi, di osservarne certe caratteristiche e specificità, per imparare, per capire anche noi...

Il nuovo libro sarà dedicato a ciascuno di noi come invito a guardarsi attorno e a non vivere da solo seppure immersi nella folla di ogni giorno. il libro vuole essere occasione di pensare, stimolo al pensiero, al senso delle cose... 




martedì 29 dicembre 2020

 

UN MONDO DI BANALITA' 


Il mondo si sta riempiendo di stupidaggini fatte passare per profonde e serie, ma non lo sono e non lo possono essere malgrado gli sforzi. Tuttavia, il problema non è tanto il fatto che ci sia questa mimetizzazione dello stupido con l’aspetto del serio, quanto l’abitudine da parte della società di adeguarsi, anzi di abituarsi al banale tanto da non essere in grado di riconoscere ciò che vale rispetto a quanto non vale. La banalità si abbina alla superficialità, superficialità nel giudicare in ragione di una pressoché totale mancanza di strumenti di giudizio. 

Ed eccoci circondati, immersi in un mare di informazioni inutili, di notizie prive della minima importanza che non fanno altro che rimbalzare da una parte all’altra del mondo grazie alla rete che favorisce la stupidità lasciando da parte i contenuti considerati pesanti, seriosi, noiosi. Questo perché le persone non vogliono sapere, scoprire, imparare, ma vogliono ridere, sorprendersi, distrarsi, ubriacarsi di divertimento o almeno di quanto pare divertimento. E in questo gioco al massacro del contenuto si sviluppa senza limite la fake, inglesata intellettuale che si può tranquillamente tradurre con stupidata, invenzione, balla, cazzata, perché non è il termine fake che la rende meno cretina come notizia. Ma essa approfitta della voglia di stupidate da parte del pubblico che si accontenta senza sapere di accontentarsi, anzi, arrivando addirittura a difendere quell’informazione come se fosse davvero un’informazione, non capendo nulla, perché alla fine c’è chi vuole che lui (il lettore, spettatore, navigante della rete) non capisca e rida come un ebete, alla ricerca della droga del ridere, del divertimento.

Ecco il mondo dell’informazione con intellettuali e giornalisti che si piegano all’esigenza di avere pubblico e non importa se è un pubblico idiota, reso ancora più idiota dalla moda di ridere a tutti i costi, con gli occhi spalancati e la mente che galleggia nel nulla. Lo spirito critico è esaltato e tutti si sentono esperti, e quando fai la battuta e sostieni che in giro ci sono molti stupidi tutti ti dicono che è vero, ma escludono in maniera assoluta che lo potrebbero essere pure loro, come se il mondo degli stupidi si trovasse in un altro universo parallelo, al di là della realtà in cui viviamo. Un mondo di stupidaggini, di balle fatte passare per vere e seppure queste possono anche essere svelate trovi sempre quello che si sente profondo e ipotizza che sotto ogni balla c’è un misterioso, recondito fondo di verità, questo perché la realtà non piace a nessuno, tutti vogliono evaderla, con il film idiota, con il libro idiota, come del resto con l’alcool o la droga, strumenti esaltati per raggiungere un livello superiore della coscienza. Tutto deve servire per esaltare ed estendere la stupidità, la superficialità, la finta profondità, l’idiozia dilatata a grande saggezza come se la saggezza fosse incastrare parole a caso solo perché si fa così.

E in questo mondo in cui sempre di più trovi ignoranti che si atteggiano a esperti - sbagliando con vergognosa  e patetica frequenza l’uso del piuttosto che - ci si ritrova a cercare qualcosa di concreto e con un senso, perché la folla non sa di non poterlo trovare e nemmeno cercare, nessuno lo insegna, nessuno lo sa insegnare e tutto rimane vuoto, banale, superficiale, fasullo e inutile, come la perfetta risata di un idiota che ride a una barzelletta idiota, orgoglioso di averla capita, ma inconsapevole del fatto che in realtà… non l’ha capita.

mercoledì 16 dicembre 2020

 

Il mio racconto L’ULTIMO ALBERO DI NATALE è stato selezionato nell'antologia 2020 del concorso Natale Horror.


Mi ero seduto a guardare gli scatoloni recuperati dalla cantina, ricoperti dalla sottile polvere di un anno in attesa di essere richiamati in servizio. C’è tutto, palline, luci e pure i babbi di cioccolata che non avevo mangiato e che non sarebbe il caso di farlo nemmeno in queste festività.

Manca l’albero.

Quello vecchio, artificiale, perdeva gli aghi, era spelacchiato, brutto da vedere, tanto valeva appendere le decorazioni alla ringhiera del giardino, avrebbero fatto un effetto migliore. Vabbè, non c’è tempo da perdere, sono le sei del pomeriggio della Vigilia. Negli ultimi dieci giorni sono stato impegnato all’estero, sono arrivato stanotte nel buio più assoluto, nessuno in giro come era giusto che fosse, tutti impegnati a organizzare il cenone, addobbare la casa e naturalmente a completare l’albero. Non avevo visto nemmeno i vicini che di solito si sentono a cento chilometri di distanza, a volte ho la sensazione di sentirne le voci anche quando mi trovo in Canada o in Arabia Saudita.

Ma chi va a cercare un albero alle sei del pomeriggio del 24 dicembre? Quante possibilità ho di trovarne uno?

Vado di piumino, sciarpa, guanti, scarponi che c’è pure un po’ di neve sul marciapiedi e via… eccomi fuori.

Non c’è nessuno, nessuna automobile, nessun taxi, nessun autobus, come immaginavo, a parte lo scemo del sottoscritto.

Alla fine del marciapiede vedo qualcosa sull’asfalto. Mi avvicino… è una donna, svenuta o caduta… che sia morta?

Non si muove, oddio, che sia morta davvero?

<<Signora, signora…>>, non risponde, provo a toccarla per vedere se reagisce, è immobile. Mi guardo attorno, non c’è nessuno, prendo il cellulare, chiamo il 118… suona, suona… ma allora?

Niente, non risponde nessuno. Vabbè, chiamo il 112… suona, suona… niente, non risponde nessuno!

Ma che succede?

Mi allontano, mi sembra di vedere qualcosa a una decina di metri, per terra. Un anziano con la barba che mi fissa, mi chino su di lui… sembra voglia dirmi qualcosa… ma cade, morto. Lo scuoto, è proprio morto. Richiamo il 118… suona, suona… niente da fare. Chiamo il 113… suona, suona… niente!

Provo a spostarmi verso il negozio di alberi, magari lì c’è qualcuno a cui posso chiedere aiuto.

Percorro il breve viale passando davanti alle vetrine illuminate, all’interno non vedo commessi né titolari. Ma dove sono? Mi soffermo davanti a quella dei giocattoli. Anche qui nessuno. Sul pavimento c’è un ragazzo, una bambina e una donna. La bambina ha in mano una piccola renna di peluche. Mi azzardo ad aprire la porta, provo a scuotere la bambina, ma niente, tutti fermi, tutti morti, si vede dal loro pallore.

Torno in strada e proseguo, mi viene il dubbio che sia un sogno o una specie di delirio dovuto alla stanchezza o al fuso orario.

Alzo lo sguardo e noto sul terrazzo di un condominio una figura accasciata sulle corde per il bucato. Da una finestra dall’altra parte della strada sento il volume alto della televisione e un cane che abbaia. Decido di andare avanti, forse è davvero un sogno o l’effetto della digestione, eppure non mi pareva di aver mangiato qualcosa di particolarmente pesante prima di andare a letto.

Arrivo al negozio, sembra che si siano dimenticati di accendere le luci all’esterno. Approfitto del lampione e noto che di alberi non ce ne sono più. Lo sapevo, troppo tardi.

Leggo un cartello: <<Grande svendita, alberi a 1 €>>.

Ecco la risposta al mio dubbio, praticamente li hanno regalati e tutti sono venuti a prenderli.

Vabbè, pazienza!

Punto verso l’uscita, noto però che accanto alla vetrina illuminata da un neon, che si accende e si spegne continuamente, ce n’è uno!

Ha gli aghi strani, sembrano bruciacchiati, ma non ho scelta. Mi guardo attorno, non c’è nessuno, prendo una moneta dalla tasca, ne ho solo da due euro, vabbè, dai… è sempre un affare.

Entro nel negozio, nessuno! Lascio la moneta accanto al registratore di cassa. Lo scontrino passerò a prenderlo nei prossimi giorni.

Esco e rifaccio la strada di prima, mi fermo davanti alla vetrina di giocattoli, appoggio l’albero al muro, digito il 118… suona, suona, niente. Digito il 112… suona, suona… niente, non risponde nessuno.

Ok, basta, devo essere fuori di testa, meglio andare a casa, chiudere la porta e pensare all’albero e poi farmi una bella dormita.

Ripasso vicino al signore anziano con la barba e poi alla signora di prima, sorrido avendo capito che non sono reali. Ah la mente quante idiozie fa vedere.

A casa appoggio l’albero alla parete e mi tolgo il piumino, la sciarpa e gli scarponi e mi chino ad aprire gli scatoloni. Sono contento, mi faccio un bicchierino per festeggiare, fra un’oretta anche il mio salotto sarà decorato come Dio comanda. Alla faccia della stanchezza, dei deliri, della mente che si inventa e delle stupidaggini che ho pensato di vedere, la bambina con la renna di peluche, la donna a penzoloni sul terrazzino!

Dai, facciamo questo albero!

 

Dall’altra parte della città anche lui era in salotto, fissava la strada deserta attraverso il vetro della finestra. Sospirò contento, era la prima volta che la città era silenziosa, senza il traffico impazzito e quel via vai di persone che correvano alla disperata ricerca di stupidi regali, fregandosene di lui e della sua tranquillità. Sorrise soddisfatto e ripensò a quando nel magazzino della fabbrica di alberi di Natale in cui lavorava, aveva spruzzato il veleno sull’intero carico di diecimila esemplari. Il veleno era in grado di uccidere una persona dopo una decina di ore dal contatto.

Il titolare del magazzino si era accorto che gli alberi erano diventati un po’ scuri e rigidi, e aveva dovuto decidere in fretta: buttar via tutto e pagare le spese di smaltimento o venderli a un euro?

  Il nuovo video dedicato al libro in arrivo entro aprile 2021.