domenica 17 settembre 2017

"La pattinatrice" in edicola

A partire dal 17 settembre sarà in edicola (in Veneto) l'antologia dal titolo "Gare, sport e altre imprese memorabili di nonni e nipoti" quale esito del concorso letterario di "Civitas Vitae".

Il premio letterario organizzato da OIC di Padova e con la partecipazione dell'Editore Cleup, dell'Associazione culturale "Dante Alighieri" e del "Corriere de Veneto".

Il premio prevedeva la selezione di un gruppo di testi di vari autori che avrebbero poi composto una antologia diffusa tramite edicole e alcuni centri commerciali. La giuria composta fra gli altri dalla Professoressa Antonia Arslan (Presidente) e Ambrogio Fassina (Presidente Cleup) e Luisa Scimeni (Ass.ne Dante Alighieri Padova) ha selezionato fra gli altri il racconto dell'Autore dal titolo "La pattinatrice".


LA PATTINATRICE

Guardò la folla, tutti la ammiravano, tutti ripetevano il suo nome.
<<Pa-tri-zia, Pa-tri-zia>>.
Le lacrime si precipitarono lungo le guance per quel traguardo ad appena quindici anni.
Dal podio osservò il suo trionfo, non riusciva a crederci.
La coppa, i fiori, lo speaker che scandiva il suo nome.
Ma lei dov’era?
Dov’era Maria?
Eccola che avanzava sulla sua sedia a rotelle, con i suoi capelli bianchissimi e lo sguardo fiero come sempre.

Sei mesi prima Patrizia stava allenandosi al palaghiaccio cercando di essere il più veloce possibile, ma aveva la sensazione che qualcosa la rallentasse, come se fosse legata a una catena messa lì a rallentarla, a non farle fare quello che avrebbe voluto.
Si fermò a riprendere fiato guardando gli altri che sfrecciavano con piroette e saltelli come se la gravità non li trattenesse e si fosse concentrata su di lei a tal punto da farle pensare di non essere adatta. Fissò le lame dei pattini, si arrabbiò con se stessa, si appoggiò al passamano e si dette una spinta.
Ma c’era qualcosa che non andava, si sentì frenata. Continuò per un’ora spingendo sui muscoli delle gambe, giostrandosi con le braccia per mantenere l’equilibrio, sforzandosi di pensare alle forme che avrebbe dovuto ripassare per farle diventare parte di sé.
Quando si concentrò su quelle posizioni, non si accorse che la gamba sinistra non era nella posizione corretta e un istante dopo si ritrovò per terra col sedere dolorante e la voglia di lasciar perdere tutto.
Con un altro lungo sospiro si portò ai bordi della pista, si sedette e cominciò a sfilarsi i pattini.
<<Troppa gente>>.
La voce le arrivò alle spalle.
Si voltò a guardare e vide le ruote di una carrozzella, risalì con lo sguardo le gambe e arrivò a fissare il volto di un’anziana che la fissava.
<<Cosa?>>
<<Troppa gente, non puoi concentrarti. Allenarsi così non serve a nulla>> le ripeté l’anziana donna.
<<Sono io che non funziono, non sono capace, meglio che mi dia alle carte o al giardinaggio>> le rispose, rialzandosi con i pattini in mano che appoggiò sulla spalla sinistra lasciandoli dondolare dietro. Si asciugò una lacrima con il dorso della mano, lasciando lo sguardo per terra senza più voglia di fare niente, convinta che era tutto inutile. Tanto valeva andarsene a casa e dimenticare quell’idea.
<<Vieni con me>> le disse la donna girando la sua carrozzella e dirigendosi verso il bar.
Patrizia rimase perplessa, ma tanto, oramai non aveva niente da perdere e la seguì osservando per l’ennesima volta le coppe e le medaglie in mostra sulla bacheca.
Maria appoggiò le mani su uno dei tavolini.
<<Lo sport non è solo fisicità, è questione anche di cuore e di testa e tu non hai nessuna di queste due,  ecco perché stai solo perdendo tempo. E come mai non hai nessuno che ti aiuti, un istruttore?>>.
Patrizia mollò i pattini sul pavimento.
<<Avevo la mia insegnante, ma non la sopportavo, non facevo quello che mi diceva, mi dava fastidio quando mi dava ordini, fai questo, fai quello, non fare quest’altro. Alla fine ho lasciato le sue lezioni e da allora faccio da sola. E ho una gara fra nemmeno sei mesi>>.
Maria sorrise: <<Sei mesi non sono tanti, ma non sono nemmeno pochi. Si possono fare molte cose in sei mesi>>.
<<La ringrazio signora…>>
<<Lascia stare la signora e chiamami Maria. Dimmi una cosa, perché vuoi partecipare a quella gara?>> le chiese.
<<Ho sempre sognato di diventare una campionessa e pattinare davanti a migliaia di persone con l’aria che ti va svolazzare il vestito e tutti che ti guardano. Comunque a quanto pare…>>
<<A quanto pare un bel niente. Le vedi quelle coppe?>>
<<Sì, ma cosa c’entra?>>
<<Quelle coppe sono i risultati di allenamenti, di sacrifici, ma anche di passione, di entusiasmo, di voglia di vincere. Magari un giorno ti mostro quelle che ho vinto io quando avevo la tua età>>.
Patrizia sgranò gli occhi.
<<Lei? Cioè… tu?>>
<<Sì, io pattinavo. Tu vedi solo i miei ottantadue anni e sta carrozzella, ma dentro volo ancora sui pattini come facevo allora>>.
La ragazza guardò le coppe, Maria, la pista, i pattini.
<<Rimettiteli fai quello che ti dico io>>.
<<Ma adesso…>>.
<<Rimettiti i pattini>>.
<<Stanno chiudendo. È tardi, dobbiamo andare via>>.
<<Rimettiti i pattini>>.
Patrizia sentì il silenzio attorno, prese i pattini e tornò alla pista.
<<Non pensare a niente, concentrati sul ghiaccio>> le disse Maria.
La ragazza si lanciò dimenticando i suoi tentennamenti, senza pensare alla gara, senza pensare agli altri o alla possibilità di vincere o di perdere.
Maria la continuò a osservare in ogni singolo movimento, suggerendo cosa fare nel momento esatto in cui doveva farlo e la sua allieva obbedì.
Quando l’anziana donna vide che la sua allieva era pronta, si alzò sulla carrozzella, si fece forza sulle braccia e con tutta l’aria dei polmoni gridò: <<E ora… VOLAAAAA>.

venerdì 8 settembre 2017



Un vivo ringraziamento al Blog letterario di "Soluzioni editoriali & Traduzioni" di Stefania De Matola che propone l'intervista all'Autore.

 Alessandro Fort, scrittore, psicologo e formatore



Inauguriamo la sezione Intervista a… con un autore veneto dalla pluriennale esperienza letteraria. Ha esordito con una raccolta di poesie per poi avvicinarsi alla narrativa con un primo romanzo, passando a racconti, una raccolta di aforismi, una biografia e due manuali sulla scuola e sul lavoro. Amante della natura, dei viaggi e del trekking in montagna, è reduce quest’anno dal grande successo del suo secondo romanzo Yuan e Xin Li.






Questa è un’intervista letteraria pertanto è d’obbligo che io inizi rivolgendoti La domanda relativa alla tua passione per la scrittura. In che modo e quando nella tua vita hai iniziato a scrivere e, se posso, si è trattato di un bisogno impellente come capita a molti autori oppure è stata una scelta più o meno ponderata?


R. È d’obbligo pure per me un inizio, vale a dire ringraziando per l’intervista che considero un’importante occasione per farmi conoscere e naturalmente per far conoscere i miei libri e non solo. Perché di passione si tratta, con la fatica, l’impegno e talvolta le delusioni di chi fa qualcosa con il cuore senza pensare ai risultati e tantomeno ai guadagni. Ho cominciato a scrivere - ai fini della pubblicazione - una decina di anni fa. Si comincia con un foglio di carta immacolata che ti guarda e una penna che aspetta, poi si passa al video e alla tastiera e le parole arrivano e mi sono ritrovato a descrivere personaggi e situazioni tra fantasia e realtà, senza sapere da quale parte del mio essere tutto ciò arrivi. A questo ha sicuramente contribuito una fase difficile della mia professione che nella crisi economica mi ha concesso – diciamo imposto – più tempo libero, quindi devo ringraziare la mia “vena” artistica che mi ha consentito di dare spazio alle mie aspirazioni appunto artistiche, in precedenza poco ascoltate.



Per chi scrive, i libri sono come figli: ogni pubblicazione un parto. Tuttavia a volte ci sentiamo più legati ad alcuni di essi rispetto ad altri. Condividi questa sensazione e, se sì, quale tra i tuoi libri senti che rappresenti al meglio il tuo pensiero? In altre parole, quale consideri finora il tuo “capolavoro”?


R. Sì, condivido pienamente. Il legame con la tua creatura è inevitabile, confesso che durante le presentazioni quando vedo che un ospite sfoglia con irruenza una copia del libro, io soffro, è come se lo facesse a me. Ho invece difficoltà a eleggere il mio “capolavoro”, ammesso che ne abbia realizzato uno. Ogni libro esprime una parte di me e si collega strettamente al periodo nel quale è stato scritto, se dovessi riscrivere i mie libri lo farei in maniera diversa, perché nel frattempo sono cambiato. Ma visto che devo rispondere, eleggo i due romanzi come pietre miliari della mia evoluzione di autore e di persona, “Sul bufalo d’acqua” e “Yuan e Xin Li”.



Sei un autore della cosiddetta piccola editoria indipendente. Sarebbe interessante conoscere come immagini l’evoluzione dell’editoria: quella tradizionale è destinata inevitabilmente a tramontare oppure la difficile convivenza con quella indipendente durerà ancora a lungo?


R. È difficile fare previsioni. Ho letto di recente che negli USA la vendita degli ebook è diminuita, mentre è aumentata quella dei libri di carta. La mia preoccupazione è invece relativa alla qualità dei testi. Si sta diffondendo una standardizzazione degli stili e degli argomenti. Gli autori, famosi o emergenti, sono troppo preoccupati di assecondare il mercato alla ricerca del successo come fossero più operatori del marketing che autori ammalati di quella sensibilità e impellenza di esprimersi che dovrebbe caratterizzare uno scrittore e un artista più in generale. La sempre maggiore diffusione di titoli a effetto ma dal contenuto modesto, di copertine belle quanto replicate, di frasi fatte e luoghi comuni ripetuti da chiunque, di Ghost Writers in grado di sfornare volumi di mille pagine in un paio di  mesi e dell’atavica italica tendenza a non dar fiducia a chi non è già famoso costituiscono a mio avviso il più rilevante pericolo per l’editoria e per la scrittura in generale. Ho la sensazione che sia fra gli editori, sia fra gli autori manchi il coraggio di essere originali, a prescindere dalle leggi del mercato e ho qualche preoccupazione quindi per il futuro dell’editoria, il numero dei lettori non è molto elevato. La piccola editoria permette ad autori sconosciuti di esistere, gli ebook permettono di pubblicare con costi irrisori, quindi alla fine quel che conta è la sopravvivenza dell’arte della scrittura e direi pure della lettura.



In base alla tua esperienza cosa consiglieresti a uno scrittore emergente: quali sono i primi tre passi fondamentali che dovrebbe seguire? 


R. Io credo che alla base di un qualunque risultato ci siano passione e impegno. Pertanto la cosa fondamentale per uno scrittore è scrivere e rileggersi con calma, senza fretta, puntare sulla qualità massima del suo lavoro. È fondamentale che si impegni nell’esprimere quello che ha dentro, nella forma che meglio lo rappresenta, togliendosi dalla testa l’idea di scimmiottare qualche altro autore o la tentazione di seguire la moda del momento. Un secondo passo di assoluto rilievo è confrontarsi. Io faccio parte da parecchio tempo di un ampio gruppo di autori con i quali condivido sogni, incertezze (sapeste quanto discuto sull’uso di un passato remoto o di un passato prossimo), entusiasmi e delusioni, progetti e iniziative. Il terzo passo direi è quello di farsi conoscere, non limitandosi a parlare dei propri libri, ma proponendo le proprie convinzioni. Parto dal presupposto che lo scrittore sia prima di tutto un intellettuale e come tale deve avere delle opinioni sul mondo, sulla vita quotidiana. Molti miei lettori prima di essere tali mi hanno conosciuto – di persona o nella rete – discutendo di ben altri argomenti. Questo esprime la mia idea di scrittore, vale a dire una persona che possiede non solo la capacità diciamo “tecnica” di mettere assieme parole, ma prima di tutto possiede dei contenuti da trasmettere al mondo.



La tua passione per l’Oriente e per la Cina in particolare, che hai trasferito anche nei tuoi libri, nasce da un viaggio che hai effettuato in quei posti? Quali aspetti della loro cultura ti sono rimasti dentro in maniera più significativa? 


R. La mia passione per la Cina deriva da quella per il Kung Fu che iniziai a praticare durante l’Università, dalle arti marziali alla filosofia cinese – che ne sono un’importante componente – il passo è stato breve. Mi sono pertanto interessato ad “affrontare” autori lontani dalla nostra cultura in particolare Lao Tzu, Chuang Tzu, Confucio, Sun Tzu. La curiosità mi ha condotto a fare un viaggio nel 2002 fra i misteri di Pechino, della Muraglia, del museo con l’esercito di terracotta di Xi’an, del famoso monastero di Shaolin dove è nato il famoso stile dei monaci guerrieri. Un viaggio che mi ha colpito moltissimo e che mi ha dimostrato che per conoscere la Cina bisognerebbe viverci per decine di anni, come fece il mio concittadino Marco Polo. Di questo paese noi sappiamo molto poco perché i cinesi tendono a non dire nulla di se stessi, dopotutto sono stati l’unico popolo a chiudersi dentro un grande muro isolandosi di fatto dal resto del pianeta. Trovo affascinante non solo la loro filosofia, erroneamente trascurata nei nostri libri anche scolastici, ma anche la ricerca dell’armonia. Trovo meravigliose certe loro melodie musicali o le figure degli antichi saggi, una ricchezza culturale riscoperta anche dall’attuale regime politico con il quale mi trovo in totale disaccordo, a parte la riscoperta del passato, naturalmente.



Sei specializzato in comunicazione per i tuoi studi e per la professione che svolgi. Sono curiosa di sapere se pensi che sia più efficace la comunicazione non-verbale che è quindi inconscia, oppure quella verbale e perché no, scritta magari in un libro.


R. La comunicazione non verbale è sempre più efficace in quanto emotiva. E su questo non nascondo una certa invidia rispetto a pittori, scultori o musicisti che possono contare sulla forza dell’emozione immediata senza passare attraverso la componente razionale della lettura. Un quadro colpisce in un istante, una pagina scritta assai meno. Tuttavia  anche nelle righe di un libro ci sono enormi componenti emotive che io cerco di trasmettere nella scelta delle parole, nella composizione delle frasi, nella punteggiatura, anche nell’ assemblaggio della pagina o nella lunghezza delle descrizioni per creare noia o il trascorrere del tempo o l’agitazione o la paura dei personaggi, emozioni che voglio siano provate anche dal lettore. In ogni caso bisogna sempre rammentare che quest’ultimo riscrive gran parte del testo e lo fa con il proprio mondo, con le proprie emozioni che proietta su ciò che legge, quindi aggiungendo quello che di non verbale non si riesce a collocare nei testi scritti.



Per un autore è più importante essere letto oppure vendere libri? Le due cose, come saprai, non sempre coincidono…


R. Alcuni miei libri sono nella loro versione elettronica in gratuita distribuzione, questo perché per me la cosa fondamentale è essere letto il più possibile. Un mio caro amico, il Professor Stoppani - Presidente di una nota Associazione culturale di Mestre (VE) - che mi ha concesso l’onore di interloquire con me in occasione delle presentazioni di alcuni miei libri, mi prende spesso in giro chiedendomi come vanno le vendite e io gli rispondo che non voglio diventare un commerciale, ma un immortale!



Ti occupi di formazione professionale, gestione delle risorse umane e docenza, quindi immagino tu incontri molte persone. Ti è mai capitato di imbatterti in qualcuno che ti abbia ispirato un personaggio dei tuoi libri?


R. Gustave Flaubert a proposito della sua opera sosteneva: “Madame Bovary c’est moi”. Ogni scrittore amalgama ciò che ha dentro con ciò che incontra nella vita per dare origine a personaggi, ma anche a paesaggi o situazioni più o meno originali. In molti miei libri ci sono aspetti riscontrabili in amici, parenti, vicini, incontri causali o di lavoro. Ma anche una foglia che si muove su un prato per un alito di vento può ispirare un’immagine da riportare in una storia.



Parlaci del tuo prossimo progetto e, visto che sembri molto ancorato alla tua zona d’origine, c’è qualche speranza di vederti anche dalla capitale in giù?


R. Circa un anno fa il fotografo Massimo Zanetti ha sentito parlare di un borgo abbandonato in un paese del bellunese. Si diceva che nelle abitazioni ci fossero gli averi di chi ci aveva abitato fino all’ultimo. Il mistero di questa fuga improvvisa lo ha condotto a recarsi proprio lì e a realizzare una serie di fotografie bellissime dalle quali è nata una mostra. Durante la visita alla prima edizione della stessa, fatta assieme alla poetessa Laura Chiarina e alla presentatrice/lettrice Patty Ferraro, è nata l’dea di farne un libro, abbinando a quelle fotografie un testo ugualmente etereo e affascinante, pur senza particolari ambizioni storiche. Il libro è in via di realizzazione. Questo è il mio, o meglio nostro, nuovo progetto che ritengo vedrà la luce all’inizio del prossimo anno. Non nascondo che nel cassetto ho altre cose, ma sono ancora in via di elaborazione, probabilmente un manuale sulla mente e un altro romanzo. Si vedrà!

Sulla possibilità di promuovere i miei scritti in altre regioni, beh… mi piacerebbe arrivare ovunque, è una cosa graduale, in proporzione al livello di notorietà.



Per concludere, un’altra domanda classica, il tuo Consiglio di lettura. Ti chiedo qual è secondo te un libro da leggere assolutamente.


R. Agli aspiranti scrittori raccomando “Sul mestiere dello scrittore e sullo stile” di Arthur Schopenhauer. Come consiglio di lettura, non saprei. Confesso di non avere un autore o un libro preferito, suggerisco comunque di leggere testi di qualità e non tutto quello che capita perché come diceva il buon Arthur […] colui che legge molto e quasi tutto il giorno, e negli intervalli si riposa passando il tempo senza pensare, a poco a poco perde la capacità di pensare da sé […].



Grazie, Alessandro, di aver concesso questa intervista e a vederci presto.



È per me un onore e una grande opportunità di farmi conoscere, pertanto ti ringrazio infinitamente. Colgo l’occasione per inviare un saluto a tutti i lettori del bellissimo Blog, grazie della vostra attenzione.



sabato 2 settembre 2017

"VIAGGI NEL BUIO" il nuovo racconto selezionato


 Il racconto "Viaggi nel buio" è il racconto selezionato all'interno del concorso letterario "Voci di notte" 2017 e inserito nell'antologia "VOCI DI NOTTE" di cui l'Associazione Miro' ha curato la pubblicazione, con le migliori opere scelte tra quelle partecipanti.
L’edizione cartacea e' in formato 17x24cm con 156 pagine + copertina a colori su carta patinata.
Il libro è distribuito dall’Associazione Mirò, chi desidera acquistarne delle copie può fare richiesta via mail a assmiro@libero.it.

Il racconto "Viaggi nel buio" narra la quotidianità di chi vive il lavoro in miniera, tra il buio della terra e i colori del mondo di "fuori".
Ecco il racconto... buona lettura.

VIAGGI NEL BUIO



Lo sportello dell'ascensore si aprì lentamente, sembrava che lo facesse apposta. Una flemma ostentata per prolungare l'agonia di chi dopo tante ore al buio poteva tornare alla luce.
Nilo salì con quattro compagni, tutti silenziosi, stanchi, con lo sguardo basso, rassegnati a stare curvi, senza la speranza di vedere qualcosa di diverso, tanto era tutto del medesimo colore.
E poi ancora il solito freddo, il solito buio, sotto e sopra, dappertutto. Le pareti umide imperlate di un sudore impassibile, l'acqua che brilla al bagliore delle torce che si spostano come le teste di quegli uomini sepolti vivi.
Ma è giorno o notte? Lì sotto gli orologi nessuno li considera, ogni cosa ha il colore della polvere, un'ombra eterea che tutto ricopre per scivolare rimanendo sospesa, pronta a essere respirata e attraversata.
I cavi di acciaio che si sfregano mentre scorrono durante la salita attraverso altro buio corrotto dal chiarore dei lumi di posizione e traballanti si raggiunge la superficie.
Poi la luce, dall'alto, altra luce, il sole, l'azzurro del cielo, la montagna. Erano tornati ai colori dell'estate, se ne erano dimenticati, pensavano che non esistessero più e invece nulla era cambiato. Si trovavano sempre tra le alpi nelle quali il turismo si era sviluppato in modo imprevedibile quanto gli occhi sconcertati di stranieri di città che venivano ad ammirare quelle meraviglie che li circondavano.
Uscito dall’ascensore, Nilo si diresse verso la casetta di legno dove era stato predisposto lo spogliatoio, lo spazio per esporre i turni del lavoro e più in là il tavolino dell’unico impiegato che lavorava alla miniera. Aveva gli occhiali spessi, così spessi che molti sostenevano che nemmeno ci vedesse. Salutava con la bocca stretta, come se facesse fatica a parlare, preferendo rimanere con il capo chino sulle sue carte, delle quali qualcuno sospettava non capisse un granché.
Sulla parete c’era un cartoncino grigio, dove erano segnate le quantità di materiale estratto la settimana precedente e più in basso i nomi dei colleghi scomparsi nell’ultimo crollo.
Rimessi i panni del marito di Gilda e padre di Giuseppe e della piccola Marta, Nilo ripercorse per l’ennesima volta la strada che lo portava verso il paese, una via strappata alla montagna. Era luglio e dai boschi arrivava il profumo della resina mescolato a quello dell’umidità che “sapeva di fungo”, come gli aveva spiegato il nonno quando era bambino.
Gli abeti esibivano un verde brillante e le loro estremità ondeggiavano con lentezza mista a una pigrizia di chi sa di non aver nulla di particolare da fare se non stare lì a ondeggiare al vento.
Quando arrivò a casa, Marta gli corse incontro, con il suo vestitino rosa con i bordi verde chiaro e le tasche contornate di una sottile linea più scura. Nilo la abbracciò e la alzò, lei gli mise le braccia al collo ridendo e appoggiando la testina sulla spalla. Nilo la strinse per qualche altro secondo poi la rimise giù. Proseguì calpestando quell’altra tonalità di verde dell’erba che si piegava al suo incedere sino alla porta, spalancata per far entrare l’aria calda dell’estate ad asciugare i muri dopo il freddo e l’umido della stagione invernale.
I passi leggeri dalla cucina lo avvertirono dell’arrivo della moglie. La sua treccia oscillò dietro di lei, mentre il suo grembiule azzurro fluttuava come una piuma alla mercé della brezza del mattino.
<<Com’è andata stanotte?>> gli chiese.
<<Come al solito>> rispose, trascurando di dirle che quasi rimaneva sepolto dalla frana staccatasi all’improvviso sopra la sua testa, proprio nel momento in cui stava comunicando al caposquadra di aver individuato un’altra concentrazione di minerale. Trascurò di dirle che lì sotto manca l’aria, si soffoca, fa caldo e non si vede quasi niente e un po’alla volta gli occhi non distinguono le cose e vedono solo sassi, terra e il minerale da estrarre.
Andò in bagno, si tolse i vestiti e si immerse nella vasca, osservando l’acqua che portava via la polvere dalla pelle.
Si passò l’asciugamano percependo gli occhi stanchi, quindi se ne andò in camera, si distese sul letto e senza accorgersene si addormentò.
Il mondo si spense e i suoi sogni viaggiarono sui sentieri colmi di fiori delle alte vie, dove i gracchi volano curiosi, chiedendosi chi sia quel viandante solitario lì sotto.
Tra i fili d’erba, le fragole rimangono ferme per evitare di farsi scoprire, non volendo essere colte da quello stesso passante che scorre i margini del sentiero dove il sole le riscalda.
E le montagne, contorni lontani che sembrano facili da raggiungere e attraversare cosa nascondono, come se dall’altra parte ci fosse un universo sconosciuto.
I sassi sotto lo scarpone scricchiolano, il profumo del bosco ti insegue anche quando superi l’ultimo degli abeti che ti saluta come se volesse indicarti che lì si conclude un confine e ne comincia un altro.
<<Nilo… Nilo>> una voce lo chiamò.
Aprì gli occhi e vide la moglie.
<<E’ pronto>> gli disse Gilda.
Si mise seduto e sentì il tappeto sotto i piedi nudi, respirò il profumo della lavanda che emergeva dall’armadio, vide il bianco delle pareti, il blu del centrino che fungeva da tenda sul vetro della finestra e il mazzetto di margherite nel vaso sulla cassettiera.
In cucina, la tovaglia rossa, i piatti con le decorazioni azzurre e i rossori dei visi di Marta e Giuseppe, tutto il giorno all’aperto, a correre tra una casa e l’altra, fra un cortile e l’altro.
Terminato il pranzo, uscì a guardare i colori dell’estate.
Nel pomeriggio quando ancora il sole lo accompagnava lungo la strada che lo avrebbe portato alla miniera, respirò quell’aria pura, il venticello che indugiava sulle punte degli alberi per poi fuggire fra le vette dove il gracchio continuava a volteggiare.
Timbrò il cartellino, si portò allo spogliatoio e quindi verso l’ascensore. Il blu del cielo lo guardava, una nuvola bianca galleggiava pigramente e i fiori del prato lo fissavano.
L’ascensore si chiuse davanti a lui, cominciò l’ennesimo viaggio nel buio.
Doveva continuare a respirare, pensare al cielo, ai fiori, agli abeti, con il timore di non vederli più. Quel viaggio lo aveva fatto tante volte e tante altre lo avrebbe dovuto compiere, non poteva fare altro che goderselo per l’ennesima volta, nella speranza di tornare a vedere la luce del sole.