domenica 29 gennaio 2017

 "Yuan e Xin Li"
a
"CortinaTerzoMillennio"
PROGRAMMA UFFICIALE

E' tutto pronto per la prima delle presentazioni del romanzo "Yuan e Xin Li". Si comincia con Cortina D'Ampezzo. Questo il programma della presentazione che rientra nella rassegna "CortinaTerzoMillennio" 2017.

Lunedi 27 febbraio

Ore 11.00 - L'Autore verrà intervistato a RadioCortina.
Ore 11.30 - Alessandro Fort sarà nella libreria "La cooperativa" per firmare le copie e conversare con i lettori.
Ore 18.00 - Presentazione ufficiale presso presso l'Hotel Majestic Miramonti. La presentazione sarà a cura della Giornalista Rosanna Raffaelli Ghedina organittrice della Rassegna "CortinaTerzoMillennio".

La bravissima lettrice Patty Ferraro proporrà alcuni brani del libro con la sua ben nota abilità recitativa che darà lustro e vita ai personaggi del romanzo.

Programma della rassegna:

Per informazioni rivolgersi all'Hotel Majestic Miramonti di Cortina D'Ampezzo (BL) Tel. 0436 4201.
In alternativa si invii una mail a fortalessandropensiero@virgilio.it, oppure un messaggio al profilo dell'Autore su Facebook o Twitter.

sabato 21 gennaio 2017

 - "Yuan e Xin Li" -
il nuovo romanzo


 



L’infanzia di Yuan si interrompe la notte in cui suo padre lo consegna nelle mani di un monaco trasformandolo in uno schiavo. La sorte tuttavia gli offre un’occasione inattesa, ma diventato adulto, affranto dalle delusioni, fugge nel silenzio di una grotta dalla quale emergerà per una ragazza mai del tutto innamorata di lui. Nell’epoca in cui la Cina non esisteva, fra prigionieri disperati, sullo sfondo del grande muro in costruzione, incontra l’amore che il destino è intenzionato a tenere lontano, rassegnandolo all’idea di aver perduto per sempre una donna straordinaria.



Una storia di sofferenza di un bambino strappato alla sua vita di bambino, una storia di ingiustizie, una storia di opportunità, una storia di onore e fedeltà, una storia di guerre, eroismi e vigliaccherie, una storia lunga una vita e quattro donne, quattro amori, quattro modi di amare... 

Il libro è disponibile in versione cartacea e ebook (epub).

giovedì 22 dicembre 2016


Fort racconta le sue storie
ai nonni della
"Casa Albergo Salce"
- Treviso


Venerdì 23 alle 17.00, nel salone della struttura, l'Autore racconta le sue storie ai nonni ospiti della Casa Alloggio ISRAA di Treviso, in viale III° Armata, 4. La sede - per chi avesse qualche problema per raggiungerla - è nei pressi di Porta San Tommaso.

È un'occasione per trascorrere un paio d'ore con gli ospiti, i loro parenti e con quanti vorranno venire ad ascoltare i racconti e le storie uscite dalla penna - o meglio dalla tastiera - di Alessandro Fort. Stavolta, non è il nonno che legge le storie, ma è il nonno ad ascoltarle

Tutti sono invitati.

Patty Ferraro con le sue letture recitate, proporrà alcuni racconti e brani dell'Autore.

La Casa Albergo apre le sue porte alla cittadinanza per fare un piccolo/grande regalo ai nostri nonni e alle loro famiglie in occasione del Natale.
Sarà un modo per far non solo compagnia agli ospiti, ma anche per farci regalare da loro un sorriso, i migliori doni per le festività natalizie e iniziare un nuovo anno.

domenica 18 dicembre 2016

Il nuovo romanzo a gennaio.
 
Dopo numerosi rinvii, anche a causa delle dimensioni elevate del testo, il nuovo romanzo dell'autore è pronto per essere pubblicato.
Vogliamo fornire alcuni numeri, tanto per far intuire la mole di lavoro che sta dietro un volume di ben 510 pagine, tenendo conto che la prima versione ne contava oltre settecento. Quindi con una vera "ecatombre" di personaggi e vicende eliminati al fine di rendere il testo più fluido e più semplice da leggere. Si ricorda che la stesura del libro è iniziata nel settembre del 2011, dunque oltre cinque anni di lavoro per un'opera che si spera incontri l'interesse da parte dei lettori.


 Il romanzo si sviluppa attorno a quarantasette capitoli che si suddividono in quasi settecentomila caratteri (spazi inclusi, s'intende). Una serie infinita di revisioni e riletture con il proposito di affinare la storia e i suoi dettagli, alla ricerca di refusi, ma anche di errori di logica all'interno della storia nel suo complesso.
Iniziamo con questa prima fase, l'inizio della promozione del volume che lo vedrà materialmente disponibile verso la fine del mese di gennaio o poco meno. Gli ultimi dettagli sono ancora in via di sistemazione, in particolare la copertina che ovviamente rappresenta il biglietto da visita di ogni libro.
Realizzare un'opera di queste dimensioni ha rappresentato non solo un impegno notevole, ma sicuramente una sfida, un misurarsi con una storia lunga e ricca di personaggi, oltre che di contesti assai diversi tra loro.
Come al solito, l'opera verrà proposta in due versioni, in quella cartacea e in quella elettronica. Per i dettagli si invitano i lettori ad attendere il secondo promo che uscirà dopo Natale.

giovedì 8 dicembre 2016

Per Natale Fort regala le sue storie ai nonni


Il prossimo 23 dicembre alle ore 17.00 l'Autore proporrà le sue storie ai nonni ospiti presso la Casa Alloggio ISRAA di Treviso, in viale III° Armata, 4.

Sarà un'occasione per trascorrere un paio d'ore con gli ospiti, i loro parenti e con quanti vorranno venire ad ascoltare i racconti e le storie uscite dalla penna - o meglio dalla tastiera - di Alessandro Fort.

Tutti sono invitati.

Patty Ferraro con le sue letture recitate, proporrà alcuni racconti e brani dell'Autore.

La Casa Albergo apre le sue porte alla cittadinanza per fare un piccolo/grande regalo ai nostri nonni e alle loro famiglie in occasione del Natale.
Sarà un modo per far non solo compagnia agli ospiti, ma anche per farci regalare da loro un sorriso, i migliori doni per le festività natalizie e iniziare un nuovo anno.




lunedì 7 novembre 2016

Fort secondo al concorso "L'incontro letterario di ieri e di oggi".

Presso l'Auditorium di Santa Caterina di Treviso, sabato 5 novembre è stata realizzata la premiazione della quinta edizione del concorso promosso da "Divina Follia" edizioni con il Patrocinio del Comune di Treviso.

La Giuria al completo al momento delle premiazioni ha decretato una serie di eccellenze letterarie, in prosa e in poesia. Tra questi, al secondo posto, nella terza sezione del concorso, con il racconto "L'ultima felicità prima della guerra", Alessandro Fort.

All'interno della Giuria un nome di eccellenza, Alessandro Quasimodo, figlio del ben noto premio Nobel in letteratura.

Siamo in attesa delle foto ufficiali realizzate dal bravo fotografo Massimo Zanetti, ma intanto, per rispondere a quanti ha esplicitamente chiesto di leggere questo racconto, eccone il testo integrale.
Per quanti desiderano averne una copia in formato Pdf, sarà sufficiente farne esplicita richiesta all'Autore sul suo profilo Facebook o a Salotto Letterario.



Motivazioni della premiazione
--Nel breve romanzo il presagio di quegli anni, il primo decennio del 1900, gli occhi di un bambino, Giuseppe, che decidono di vedere più profondamente, di captare dettagli che la superficialità non consente di conoscere. Una storia nostalgica, capace di farci entrare nell’atmosfera del mondo quando maturava distruzioni… eppure un bambino che sogna può capovolgere anche la peggiore realtà. La parola “pace” sembra aleggiare doverosa, come un palloncino tra le dita di Giuseppe che pian piano vuole fuggire verso l’alto: la testimonianza della volontà è il nodo che lega tutta la storia e avvince. Scorrevole e preciso, questo girotondo tra l’infanzia di allora e l’adolescenza; non l’oggetto in sé era voluto e agognato, ma l’idea di esso, il sogno americano cosa poteva essere se non la Coca cola?--


L'ULTIMA FELICITA' PRIMA DELLA GUERRA



Era il 24 maggio del 1915 e nel grande cortile veneziano, echeggiò un nome.

«Giuseppe, Giuseppe... ».

Tutti i bambini si voltarono verso quella voce gracchiante, aggressiva e fastidiosa, a eccezione di lui, il quale insisteva a starsene sui gradini della casa di fronte lasciando lo sguardo vagare nel nulla. Giuseppe non aveva il coraggio di giocare con gli altri, se ne stava timidamente in periferia di ciò che poteva succedere in quel campo, come al mercato, a scuola o all'interno della folla di fratelli e sorelle che rumoreggiavano continuamente fra quelle pareti prive di ogni minima decorazione. Il solo e misero abbellimento concesso era infatti la cornice di legno scura dentro la quale dimorava, da chissà quanto tempo, la fotografia sbiadita di alcune persone delle quali si riconoscevano a fatica le fattezze, forse i nonni o i nonni dei nonni.



Giuseppe parlava poco, il minimo possibile, tanto che lo "zio americano" sosteneva di avere un nipote "tirchio di parole", ma "generoso in facce", e così facendo poneva in risalto il fatto che il piccolo Giuseppe non parlava quasi mai, e se parlava, lo faceva risparmiando appunto le parole e preferiva rispondere affidando il compito al viso e alle espressioni sufficienti a  sostituire ciò che dalla bocca non usciva.

A differenza dei fratelli e del padre, era basso, tanto da dimostrare qualche anno in meno e con uno sguardo sempre rivolto verso... non si capiva bene dove fosse rivolto quello sguardo, nel complesso sembrava una sorta di benevolo gnomo disorientato dai ritmi della vita che gli girava comunque attorno.

Il primo giorno di scuola si era seduto in fondo, l'ultimo posto dell'aula, esattamente accanto al cestino pieno di un miscuglio di cenere e carta mezza bruciata. C'erano due grandi finestre con vetrate sporche da polvere accumulata e appiccicata da piogge che l'avevano resa resistente alle piogge successive.

La maestra era una donna severa, con la fronte corrucciata già di prima mattina, con la camicetta bianchissima dal colletto strettissimo e dai bordi delle maniche che terminavano con un pizzo ondulato appena visibile sotto la giacca grigio scura. Portava due orecchini molto piccoli, si notavano solo perché il brillantino rifletteva la luce che proveniva dalle finestre, mentre sulla parte anteriore della giacca, faceva bella mostra di sé un cameo bianco, dimostrazione dell'affetto della madre e forse anche della nonna che glielo avevano donato appena diventata sufficientemente grande da esibirlo.

Giuseppe ascoltava poco quello che diceva e se nei primi giorni la cosa non ebbe importanza, divenne rilevante nel corso della quarta mattinata, quando ad un certo punto lei si fermò ad un metro da lui e rimase in silenzio a guardarlo, lui stava fissando la finestra appena sopra la sua testa. Giuseppe fissava la finestra, la maestra fissava lui, il resto della classe fissava la maestra e nessuno diceva niente.

Giuseppe si accorse del silenzio, o meglio si accorse della piacevole assenza della voce della maestra che non si discostava in quanto a tonalità da quella della madre, dalla quale apprezzava di potersi allontanare ogni giorno, almeno per la mattina, era già qualcosa, la scuola aveva almeno questo aspetto positivo.



Giuseppe si alzò dai gradini sui quali aveva adattato la propria schiena, percepì le gambe indurite quanto il marmo e il freddo che gli aveva trasmesso con la precisa intenzione di rallentarne i movimenti.

«Giuseppe, allora, ti vuoi svegliare?» gli gridò sua madre, aggiungendo un agitar di braccia nella sua direzione, direzione verso la quale tutti i bambini si orientarono, curiosi di vedere le conseguenze di un'ammonizione talmente aggressiva, come se avesse fatto una cosa grave, ben più grave di rimanere lì a reagire lentamente alla chiamata.



«Giuseppe, allora, ti vuoi svegliare?» gli disse la maestra fissandolo con i suoi occhi stretti e quel colletto della camicia dentro la quale stava sicuramente soffocando tanto da dover esprimere la sofferenza aggredendo gli allievi. Giuseppe tolse lo sguardo dalla finestra e lo posizionò su di lei, scorrendo le mani partendo dal pizzo della manica, sino a salire accanto al cameo e quindi al colletto e infine sul suo naso. Non sapeva perché, ma non aveva voglia di salire ancora, gli bastava fermarsi lì, su quel naso strano, forse anche un tantino storto.

«Cosa?» riuscì appena a dire, notando che tutti guardavano solo lui.

«Hai il coraggio di dire solo... cosa?» lo prese per una mano e lo fece alzare dalla sedia trascinandolo con sé fino alla lavagna, lo spinse dietro e tornò a guardare gli altri, rimasti ammutoliti nel vedere cosa stava capitando a quel bambino con il quale nessuno aveva mai parlato, ma dopotutto - da crudeli egoisti come i bambini riescono ad essere in certe circostanze - era meglio fosse capitato a lui piuttosto che a loro.

La maestra tornò a spiegare come si scriveva la lettera g, minuscola e maiuscola, ripassando col gessetto sulla lavagna dove erano disegnate le righe e su quelle lei riusciva a far apparire le parole con perizia quasi artistica. I suoi compagni dedicavano la loro attenzione un po' a quell'arte e un po' alle gambette di Giuseppe che si vedevano sotto la lavagna. Erano magre e terribilmente storte, tanto storte quanto quelle del padre, pure lui riusciva a deformare i pantaloni dopo pochi minuti che li aveva indossati. Una sua zia sosteneva che chi aveva le gambe storte stava meglio in equilibrio e dunque camminava meglio. Lui non aveva creduto a questa interpretazione di una caratteristica fisica a suo avviso motivo di vergogna, altro che equilibrio.

Giuseppe sentì la lezione dall'altro lato della lavagna, con la voce della maestra che gli arrivava filtrata, priva di quelle punte fastidiose, sentirla da lì non era così irritante, immaginò addirittura di portarsela a casa e rimanervi dietro quando sua madre lo sgridava, quando parlava, quando urlava. Pensandoci bene c'era pure una serie di benefici, quali ad esempio il non dover vedere la faccia di chi lo sgridava, il nascondere la propria anche dagli sguardi di eventuali presenti.

Alla fine della mattinata, la maestra lo andò a ripigliare, lo trascinò ancora per il braccio e lo portò fino al suo banco.

«Dai, prendi le tue cose e vai a casa e domani vediamo se hai voglia di sognare invece di ascoltare la lezione» lo ammonì, prima di mollare definitivamente la presa sul suo braccino magro, quanto le sue gambette storte.

I suoi compagni non gli dissero nulla ad eccezione di Maria, una bambina dai capelli neri, occhi neri, sopracciglia folte e naturalmente nere e un nasino sottile, troppo sottile rispetto all'ovale del viso che di ovale, in effetti, non aveva molto.

«Cosa c'è dietro la lavagna?» gli chiese.

Lui rimase un po' sorpreso, sorpreso che malgrado tutto Maria gli parlasse, sorpreso che gli chiedesse della lavagna e non di lui, sorpreso che non aspettasse la risposta e se ne fosse andata via senza aggiungere nulla.

Quando le lezioni coinvolsero i numeri, Giuseppe scoprì che era l'anno 1910. Non lo capì proprio alla prima lezione, in effetti lo assimilò a ridosso di Natale, fino a rendersi conto che ogni anno aveva un numero e che quel numero aumentava di uno, come una addizione, e quindi millenovecentonove più uno dava, appunto, millenovecentodieci.

Imparare a scrivere e a leggere gli permise di capire le insegne dei negozi che prima erano del tutto incomprensibili, seppure intuibili rispetto a quello che vendevano o che esponevano nelle vetrine. Ma ancora più importante fu per la festa che venne organizzata per la partenza dello zio che da allora divenne lo zio americano il quale senza alcun lavoro e senza la benché minima speranza di trovarne uno, aveva deciso di lasciare la fidanzata - oggettivamente brutta e poco simpatica - e di partire alla ricerca di un destino migliore al di là dell'Atlantico. In quegli Stati Uniti d'America dove aveva sentito esserci ancora i pellerossa e la possibilità di vivere meglio. La festa sarebbe stata organizzata a casa di Giuseppe, visto che i nonni non ne avevano la possibilità e gli altri fratelli, i suoi zii, non erano nelle condizioni di spendere soldi per festeggiare chi era talmente povero da doversene andare via.

La festa durò quasi un intero pomeriggio dopo il pranzo, modesto a dire la verità, ma generoso di racconti, aneddoti, storie di parenti alcuni dei quali non conosciuti o già morti, serie di dicerie e mezze leggende sull'America, ma anche su altri paesi quali la Germania e la Russia che si dimostravano poco tranquilli e che qualcuno addirittura sosteneva essere guerrafondai e pericolosi.

Giuseppe non capì alcunché di quei discorsi, la sola cosa che lo incuriosì furono i racconti su quel paese lontano in cui si diceva si potessero trovare fortuna e quindi una vita migliore.

Il giorno dopo era già tempo di tornare a scuola, ma lui non ne aveva molta voglia, sarebbe stato meglio andarsene in giro per la città alla ricerca di fortuna come aveva fatto lo zio, partito in mattinata dal porto. Nessuno era però andato a salutarlo, qualcuno non voleva piangere al pensiero che chissà quando sarebbe tornato, qualcuno riteneva di averlo festeggiato già abbastanza, qualcuno temeva di doversi misurare con se stesso rispetto al coraggio di andarsene invece di rimanere lì ad aspettare chissà cosa dal destino che non preannunciava nulla di buono.

Con questi pensieri o qualcosa di meno chiaro vista l'età, Giuseppe si mise a girovagare e a leggere le insegne.

«Ma...celle... ri...a».

«Fo... rrrrr...na...io».

«Cal... zo... la...i...o».

Si sentiva bravissimo e quando arrivò davanti ad una vetrina con dentro uno con il camice bianco che tagliava capelli ad un signore barbuto molto serio con lo sguardo fisso sullo specchio, si fermò a leggere l'insegna. Proprio in quel momento il tipo col camice lo vide e divertito uscì in strada, mentre Giuseppe si incastrava sulla seconda b.

«Ba...rrrr... b...».

«Barbiere, ragazzo mio. Sono il barbiere, barba e capelli, Vuoi che ti tagli i capelli?»

Giuseppe rimase in silenzio a riguardare l'insegna, poi guardò il camice e gli piacque l'idea di indossarne uno.

La sua testa si mosse velocemente per indicare la sua risposta negativa.

A Giuseppe occorsero tre giorni per ammettere a sua madre che non andava più a scuola e quando quella gli chiese dove diavolo fosse stato in quei giorni, lui rispose con estrema sincerità e sintesi.

«Dal barbiere!»

La madre gli gridò delle cose che non ascoltò, anche se non poté ignorare lo schiaffone che gli arrivò all'improvviso sulla nuca tanto da fargli sembrare per un istante di doversi vedere la testa, staccata dal collo, rotolare davanti ai suoi piedi fino ad arrivare dall'altra parte della stanza.

Malgrado la punizione, Giuseppe non tornò a scuola e proseguì la sua esperienza da barbiere apprendista, alle prese con clienti dai capelli ben poco puliti



Arrivò di fronte al portone il cui legno cominciava a cedere al tempo, era così incrostato di salsedine che la vernice originale non si riconosceva più, "ammesso ci fosse stata", pensò mentre spingeva l'anta destra con tutte le sue forze, ascoltando il cigolio delle cerniere altrettanto consumate e sempre più restie ad andare su e giù in base agli affari di chi viveva in quel palazzo, proprietà di un famoso signore della città. Lo aveva visto un paio di volte, di sfuggita, mentre se ne andava fuori vestito elegantemente e ogni volta in compagnia di una donna diversa. Giuseppe pensava che uno così ricco poteva avere molte mogli, a differenza di suo padre che a malapena se ne poteva sobbarcare una. Quel signore parlava molto, di cose che lui non capiva. C'era uno scienziato che stava facendo delle scoperte misteriose quanto insensate, si stavano cercando altri pianeti con l'assurda convinzione che ve ne fossero davvero e dall'altra parte del mondo c'era un grande paese chiamato Cina dove succedevano stravolgimenti che a nessuno importava. Una volta lo aveva visto che leggeva il giornale, e avendo gli occhi attenti alle parole stampate, non si era nemmeno accorto di essere sul gradino, per poco non cadeva per terra sotto lo sguardo divertito di uno dei suoi servitori accorsi ad accoglierlo.

«State attento, Signore, il gradino... » aveva appena accennato a dire, il personaggio che sembrava uscito da un museo del settecento, con tanto di abbigliamento di quell'epoca. Ogni volta che lo vedeva, Giuseppe era sorpreso che una persona potesse vestirsi in quel modo e più ancora potesse non soffocare in quella sorta di grande colletto che stava rigido, in ogni stagione, in ogni ora del giorno e della notte, sempre e comunque, altro che la maestra con la sua camicetta bianchissima.

Sapeva che suo padre era obbligato ad abitare in quel palazzo, dopotutto ne era il custode, quindi rientrava pure lui nel gruppo di servitori di quel signore, anche se non era tenuto ad indossare abiti inamidati.



Nel marzo del millenovecentododici, arrivò la prima lettera dello zio americano, nella quale descriveva le cose interessanti che aveva visto, il suo lavoro in una fabbrica di bevande e del fatto che nel frattempo aveva dovuto imparare a parlare un po' di inglese. Giuseppe era il solo che aveva la capacità di leggere, i suoi fratelli era molto invidiosi del privilegio di poter sfogliare la lettera al centro della stanza, con tutto il resto della famiglia a bocca aperta ad ascoltare. In effetti, lavorare dal barbiere si era rivelato utile per sapere cosa stava succedendo in giro per il mondo, anche in zone del pianeta che di certo mai avrebbe visitato e che ogni tanto si divertiva a cercare sulla grande cartina geografica esposta all'entrata della biblioteca comunale, in quell'atrio grande e sontuoso, oltre il quale comunque non andava. Lo zio parlava di cose mai sentite, del tutto sconosciute, ma Giuseppe fu colpito da una in particolare. Citava una bevanda, sconosciuta in Italia, una bibita salutare e rinfrescante, lo sciroppo per tutte le possibili malattie, corroborante ed energizzante. Lo zio citava un certo John Pemberton quale farmacista inventore di quella bevanda. La lettera infine si concludeva con riferimenti alle città che aveva visitato e a un pellerossa che aveva visto passare in centro, a bordo di un'automobile con tanto di penne sulla testa.

Mentre interpretava la grande carta geografica, gli venne un dubbio.

Ma anche lo zio non sapeva né leggere, né scrivere. Chi gli aveva scritto quindi quella lettera?

Con questo dubbio, se ne andò al lavoro, sapendo che una risposta non l'avrebbe mai potuta avere, quindi tanto valeva pensare invece al negozio.

Il negozio dove lavorava era in effetti, un luogo di grande curiosità.

«Pensate che ho visto il sarto uscire di notte dalla sua casa e scappare di corsa verso la periferia, secondo me alla casa della vedova, sapete quella che abita in fondo al viale alberato? Ecco quello lì» commentava il Baffo sempre informato su tutto e su tutti, nessuno scappava alla sua curiosità. Il Baffo era un vecchio cliente, Giuseppe lo chiamò sempre il "Baffo" perché il suo stesso titolare era solito chiamarlo così. Il Baffo era magrissimo, tutto baffi e capelli, con un collo sottile che faceva paura quando doveva essere solcato dal rasoio, sembrava che potesse essere reciso anche da un semplice deviare della lama rispetto ai peli della barba. Ma barba e capelli a parte, il Baffo era un pettegolo impenitente, bastava ascoltarlo per sapere vita, morte e miracoli - spesso inventati -  di tutto il quartiere e anche oltre.

«Ma lo sapete che la moglie dell'avvocato se ne è andata?»

«Andata? E dove se ne è andata?» chiedeva di rimando il barbiere, fra la curiosità e il dover sostenere la conversazione ai fini del lavoro che doveva comunque concludere, il barbiere aveva una notevole capacità di mantenere una conversazione senza ascoltare.

«Non si sa, ma pare che sia scappata di sera, quando il marito era fuori, forse a cena con il medico, sapete quello che abita dietro qua?» e faceva gesti con la mano e con la testa, talvolta pure con gli angoli della bocca.

«E quello del negozio di stoffe? Deve essere uno che pensa solo ai soldi» aggiungeva.

Il barbiere fingeva di essere interessato, ma solo Giuseppe ascoltava, assorbiva e ricordava e quando vedeva quelle persone per strada, sorrideva, perché sapeva di essere informato su cose che nessuno appunto conosceva.

Un altro cliente interessante era il Professore. Dunque, il Professore, in quanto professore, era informatissimo non solo sulla sua materia, la matematica che insegnava a scuola, ma anche su altre cose, per esempio era aggiornato su di una nuova teoria che si diceva elaborata da uno scienziato strano. Ne aveva vista una foto su un giornale e diceva che sembrava un matto con tutti quei capelli in testa.

Il Professore raccontava anche di vicende politiche, di come a nord le cose si stessero mettendo male e di come si stesse rischiando la guerra, anche se a nessuno interessava, come se la guerra non avrebbe coinvolto tutti.

«Se scoppia la guerra, chi si salva?» chiedeva allo specchio davanti a sé.

Il barbiere, con le forbici in mano, si fermava per un istante a riguardarlo, non trovava uno straccio di risposta da dargli, ringraziava Iddio di avere un compito che poteva usare come pretesto, concludeva di poter non rispondere e continuava a tagliere i capelli del Professore.

Questi non si limitativa a buttar lì qualche inutile domanda, ma si allungava in dissertazioni altrettanti inutili, inutili visto il pubblico cui erano comunque dirette.

«Parlano di guerra come se fosse una cosa da poco. Gente che si ammazza, sofferenza e la fame che ci arriverebbe fin dentro casa. Cosa crede la gente? Di poter far finta di niente? E' come la storia di mio cognato che pensava di ignorare il vicino che potava l'albero ogni inverno e allora...» in effetti né Giuseppe, né il suo titolare ascoltavano quei discorsi. Come spesso capita, chi è concentrato in quel che dice, non lo è rispetto al fatto di avere o meno un pubblico che lo ascolta, cosa che rendeva appunto fine a se stessa l'intera conferenza del Professore, improvvisata nell'anonimo negozio di un anonimo barbiere.

Altro cliente singolare era il "Ragioniere che non ragiona", un ragioniere impiegato in un ufficio del centro. Lo chiamavano tutti così perch si limitava a leggere il giornale, a citarlo, a recitarlo, ma senza mai esprimere una sua idea o una posizione. Tutti, per quanto non capissero quel che leggeva o citava, sapevano che non diceva nulla di nuovo, e quindi alla fine anche lui non era molto degno di attenzione. Era grasso, con una pancia così dilata da far pensare che nascondesse un enorme cocomero pronta ad esplodere da un momento all'altro. Si sedeva col giornale aperto e declamava qualche frase presa qua e là.

«...e adunque, quale potrà essere la possibile evoluzione di un siffatto atteggiamento politico, a prescindere da quello del Governo che non sembra, peraltro, molto intenzionato ad assecondarne i principi?» si interrompeva per poi riprendere da un'altra pagina.

«... assassino che è stato acciuffato subito dalla folla inferocita, tanto da doversi prevedere l'intervento della polizia a cavallo per disperdere quella folla accorsa senza un motivo così allarmante» e poi subito «... è possibile pertanto ascrivere alla diga, le conseguenze collegate alle inondazioni dell'ultima settimana?»

Fu in quel turbinio di eventi e di novità che Giuseppe prese una decisione storica, rispondere allo zio e chiedere notizie di quella bevanda.

Scrivere la lettera non fu facile e tantomeno fu facile farla spedire, ma alla fine ci riuscì con il compiacimento di tutti i parenti i quali ebbero l'occasione di esprimere un loro nascosto desiderio che solo lo zio d'America avrebbe potuto accontentare. Ci fu chi chiese una penna degli indiani, chi un cappello da cow boy, chi una cartolina di New York, chi cose che Giuseppe non capì ma che preferì assecondare per non creare problemi. La lettera allo zio era stata in ogni caso una sorta di lettera a Natale, ma senza il problema di aspettare il venticinque dicembre per farlo.



Prima che il portone si chiudesse alle sue spalle, aveva già raggiunto il sesto gradino, un gioco che faceva ogni volta che tornava a casa. Nel passato riusciva ad acciuffare il terzo, poi si era accorto che doveva fare prima un passo breve e poi il salto, questo gli aveva permesso di guadagnare il quarto. Gli altri due erano stati il risultato degli allenamenti successivi, ma forse anche delle gambe che per quanto poco erano cresciute nel corso degli anni. Quando raggiunse appena la metà di quella scalinata, percepì le voci della festa, erano arrivati tutti, non mancava nessuno a parte lui e si sentiva anche lo zio, nessuno parlava con un vocione come il suo e con quel suo oramai inevitabile accento italoamericano.

«Yes, tutti devono vedere iu es ei» ripeteva, pareva che quel suono avesse un che di magico, tipo una formula con la quale si poteva risolvere ogni problema e realizzare qualunque sogno, per quanto sotto sotto celasse un qualcosa di triste.



Nel millenovecentotredici arrivò la seconda lettera.

Lo zio raccontava della sua nostalgia di casa, ma riferiva sulle automobili moderne che sfrecciavano sulle strade, sul modo originale di vestire delle persone, sulle loro abitudini moderne e naturalmente sulla bevanda che stava diffondendosi in quegli anni. Raccontò che un giorno aveva avuto un malore e si era fermato in un locale a bere un po' di quella bevanda e si era sentito subito bene, tanto da ipotizzare di tornare in Italia con la possibilità di aprire un locale, magari vendendola anche agli ospedali come medicina. Giuseppe quando lesse quelle parole ebbe la sensazione di sentire il sapore rinfrescante e dissetante di quella magica pozione. Quanto sarebbe stato bello poter raggiungere lo Zio in America.



Il giorno successivo alla lettera, partito con l'acquolina per l'idea di aver quasi assaggiato la bevanda,  non si rese conto ne della pioggia, ne della pozzanghera nella quale scivolò come un sacco mezzo pieno.

Un bambino all'incirca della sua età lo osservò da lontano e vedendolo per terra che faceva fatica a rialzarsi, si avvicinò.

«Ti sei fatto male?» gli chiese, osservando un po' la sua faccia, un po' le gocce d'acqua che cadevano mescolate alla pioggia che insisteva sul grande ombrello nero prestatogli dal nonno.

Giuseppe si fece pena.

«Cosa?» chiese a quel bambino che si riparava sotto l'ombrello e che si avvicinò ulteriormente sino a coprirlo, Giuseppe non sentì più la pioggia, «Grazie» aggiunse guardando il fango sui pantaloni e sulle braccia.

«Vieni con me» gli disse il bambino mantenendolo al riparo.

Il bambino lo accompagnò fin dentro casa sua, lo fece conoscere al nonno il quale si preoccupò subito di permettergli di pulirsi e di far lavare i vestiti dalla moglie accorsa dalla cucina. Se ne uscì lavato e pulito e dopo aver ringraziato almeno dieci volte i due anziani e il piccolo salvatore, si preparò ad affrontare ancora la pioggia, quando il nonno lo fermò e gli diede il suo ombrello nero.

«Me lo riporterai domani o comunque quando smette di piovere» e lo salutò.

Giuseppe arrivò al negozio.

«Ti sembra questa l'ora di arrivare al lavoro? Ma cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori?»

Con questa fredda accoglienza, Giuseppe concluse la sua esperienza di barbiere e incamminatosi verso casa, si fermò sotto il portico, vicino ad un ragazzo con dei giornali sul braccio.

«Nuovi immigrati in America» gridava, «l'America accoglie ancora immigrati dall'Europa, partite anche voi, tutti in USA» e si girava su se stesso alla ricerca di persone disposte ad acquistare il quotidiano.

Non lo sapeva ancora, ma pochi giorni dopo, quello iniziò ad essere il suo nuovo lavoro che svolse per oltre due anni, con una paga misera, inferiore a quella che gli dava il barbiere e spesso con il rischio che la gente gli prendesse il giornale senza pagare, per non parlare delle giornate in cui pioveva e doveva stare attento a non trasformare i quotidiani in un inutile ammasso di carta.

Il nuovo lavoro era molto interessante per due aspetti, intanto per la possibilità di parlare con le persone, per strada, senza dover aspettare che avessero bisogno di radersi o tagliarsi capelli. Certo, spesso non erano conversazioni vere e proprie, ma qualche battuta del tipo «Hei, dammi una copia» oppure «Da qua, dai», ma con qualcuno riusciva a fare di più e questo gli regalava la presunzione di essere importante, di essere al centro della piazza e dell'attenzione di tutti.

Ogni volta il tipo grassottello e con l'alito di aglio che gli affidava i pacchi di giornali, gli diceva cosa dire e cosa gridare, nel caso fosse stato necessario. Qualche volta il tipo dall'alito puzzolente se ne scordava allora lui dava un'occhiata alla prima pagina, al titolo principale. Per fortuna che sapeva leggere, se lo ripeteva sempre e di questo era molto orgoglioso.



Nel millenovecentoquattordici l'aria della guerra aleggiava nelle paure della gente. Durante l'estate l'Austria e l'Ungheria aveva dichiarato guerra alla Serbia e qualche giorno dopo la Germania aveva fatto la stessa cosa verso la Russia e nei giorni successivi le reciproche dichiarazioni di guerra non si contavano più.

La sua famiglia ricevette la quarta lettera dello zio e lui aveva risposto. Anche in quell'occasione tutti i parenti si erano riuniti e avevano dichiarato i desideri che serbavano per quello che oramai era diventato lo zio ricco che avrebbe potuto fare tutto, qualcuno ipotizzava anche comperare una nave e venirli a prendere. Giuseppe trascriveva i sogni dei parenti, sorridendo a tutta quella voglia di possedere cose che ben difficilmente avrebbero mai posseduto, ma non se la sentiva di creare problemi e del resto non escludeva che gli stessi parenti fossero consapevoli dell'impossibilità di vederseli esauditi. Forse era un gioco nel quale tutti sapevano di giocare senza ammetterlo apertamente.



Quando aprì la porta di casa, lasciata socchiusa da qualcuno che sapeva che lui sarebbe rientrato di lì a poco, ebbe un attimo di incertezza. Tutti parlavano ad alta voce e ridevano, sembravano contenti, con la medesima felicità di chi al mattino scopre il regalo arrivato per Natale o per il suo compleanno. Rimase per qualche istante in quella posizione, a mezza strada fra il dentro casa e il fuori casa, con la maniglia appena spostata dalla sua mano incerta sul da farsi. Da dentro usciva anche un buon aroma di minestrone con un accenno di fumo, segno evidente che qualcuno stava fumando, forse lo zio d'America, del resto come non immaginare lo zio diventato ricchissimo con un enorme sigaro stretto fra le labbra e gli occhi semichiusi per le esalazioni che produceva?



I giornali parlavano di persone pronte alla guerra e in molti avevano deciso di imbarcarsi prima che le cose peggiorassero. I titoli ripetevano che "La Germania attacca " e anche "La Russia invade e la Triplice Intesa si espande" e pure "Difficili i collegamenti con l'America". Quel giorno arrivò l'ultima lettera dello zio. Giuseppe era stato messo sopra una sedia, al centro della cucina, l'unica stanza riscaldata dalla stufa a legna sulla quale stava cucinando la polenta.

Lo zio diceva che in America le cose erano cambiate e tutti sapevano che prima o poi qualcosa sarebbe successo. Anche in quell'occasione parlò delle cose che faceva, delle grandi possibilità che si avevano in quel grande paese e del desiderio di tornare a casa prima che fossero sospesi i collegamenti navali con l'Europa.

Tutti i parenti si misero in silenzio a pensare, realizzando in pochi istanti che lo zio stava tornando, quindi era necessario rispondere il prima possibile e iniziò per l'ennesima volta l'elenco dei desideri che ciascuno sognava che lo zio americano materializzasse in occasione del suo ritorno.



Quando aprì la porta, il vapore del minestrone e il fumo del sigaro lo raggiunsero scivolando ai suoi lati e andandosene verso l'esterno. Entrò in casa e tutti all'improvviso si zittirono, voltandosi verso di lui. Lo zio apparve dall'unica poltrona vecchia e sfondata della casa, sorrise  gli venne incontro con un pacchetto in mano tenuto dallo spago. I pantaloni e la camicia dello zio non sembravano essere molto diversi da quelli della partenza.

«Volevo ringraziarti Giuseppe della compagnia che mi hai fatto con le tue lettere» gli disse lo zio, asciugandosi la lacrima che si materializzò ai lati degli occhi. Lui non seppe cosa rispondere, osservando il pacchetto che aveva in mano. Lo zio lo guardò ancora e lo abbracciò.

«In America mi mancavate tanto e grazie alle lettere mi sentivo fra voi, come se non fossi mai partito» aggiunse asciugandosi un'altra lacrima.

Sua madre andò a mescolare la polenta.

Lo zio fissò Giuseppe.

«Non ho potuto esaudire tutti i desideri che mi hai scritto nelle lettere, ma ti ho portato questo».

Giuseppe scartò con calma il regalo e vide che si trattava di una piccola bottiglia dalla forma sinuosa, con scritto Coca Cola.

«E' la bevanda che mi avevi chiesto, ho usato gli ultimi soldi che mi erano rimasti per prendertela, è una novità assoluta in America e dicono che diventerà famosa un giorno, tu sei il primo in Europa ad averla, te la sei meritata».

Giuseppe l'andò subito a posizionare accanto al suo letto. Nel cortile stavano gridando, stavano parlando della guerra, ma a lui non interessava, era felice e tutto il resto del mondo, in quel momento, non esisteva più.